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Divisi si vince

di Andrea Colombo

su Il Manifesto del 07/01/2006

La «pace» siglata al telefono da Romano Prodi e Massimo D'Alema è un cerottino piazzato là di fretta per nascondere la ferita aperta più che per provare a curarla. Anche solo riuscire a impecettare alla meno peggio la lacerazione tra Quercia e Margherita è stato duro. I generalissimi, con l'aggiunta di Fassino e Rutelli a completare il quadro di comando, hanno dovuto sudare per ore. Ce l'hanno fatta solo perché obbligati a limitare l'incasso di Silvio Berlusconi, il miracolato di Unipol. La finzione dell'unità in progress tra Quercia e Margherita si è sgretolata sotto i colpi degli scandali bancari. Ma non sono state le intercettazioni, né l'«inopportunità politica» di cui l'ex demitiano Prodi, disinvolto, accusa i Ds, a far crollare la fragile baracca. Diluvia sul bagnato. L'unità tra Quercia e Margherita è sempre stata una barzelletta buona tutt'alpiù per assecondare gli elettori di sinistra, che considerano l'unità un valore in sé. Per il resto, gli unitari hanno iniziato a sbranarsi sin dalla vigilia per la ripartizione di seggi e candidature.

Nel merito, avranno pure idee simili, ma le sfumature contano. Al punto che se l'Unione non riesce a partorire uno straccio di programma da presentare fra pochi mesi al popolo votante, lo si deve più alla necessità di non turbare gli equilibri tra i partiti unificati nel listone che a quella di non litigare con un Bertinotti peraltro mansuetissimo. Anche troppo.

Posticcia nel presente, la lista unitaria lo è ancora di più in futura proiezione. Dovrebbe essere il nucleo d'acciaio di un partitone democratico che tutti sono pronti a sventolare ma che solo Prodi, il senzapartito, vuole davvero. La Quercia se ne dichiara sostenitrice ardente, ma non al punto di unificare le liste anche al senato. L'unità non si discute, ma ci dovrà pure essere una sede in cui contarsi e verificare, voti alla mano, chi pesa di più e merita pertanto più potere. Quanto a Rutelli, la conversione da un'esagerata ostilità a una infatuazione altrettanto fuori dalle righe per il partito democratico è stata più repentina di quella di san Paolo. Già era sospetta: la recente rissa sui rapporti fra cooperative bianche e rosse, la rende ancor più dubbia.

Far finta di nulla, negare l'evidenza, portare in campagna elettorale il cadavere giurando che sta benissimo, è il classico rimedio peggiore del male. Sarebbe più onesto, molto più limpido e forse anche più proficuo, presentarsi alle urne con liste divise, pur assicurando l'alleanza in caso di vittoria. Nata sotto mediocri auspici ai tempi già remoti del maggioritario, la lista unitaria non ha più motivo di esistere col proporzionale. Gli elettori avrebbero così modo di esprimersi davvero, anche per quel che riguarda gli orientamenti di un futuro governo di centrosinistra, e se poi fossero chiamati a pronunciarsi anche sul programma, oltre che sui baffetti dell'uno o sugli occhi cerulei dell'altro, sarebbe in questo pease quasi una rivoluzione democratica. Un passo serio e non propagandistico in direzione opposta al berlusconismo. Quello del cavaliere, e quello non troppo diverso dei suoi rivali.

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