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L'illegalità senza diritti
di Luigi Cavallaro
su Il Manifesto del 15/07/2005
Giudici scaricati Lontani i tempi di mani pulite. Oggi la magistratura deve asservirsi al potere dell'arbitrio economico
Tredici anni fa, la tv e i giornali raccontavano di gesta rivoluzionarie dei pool di Milano e di Palermo. Si diceva che era merito loro se per una classe politica inetta e famelica, così come i media dipingevano quella dell'ultimo Caf, era alfine scoccata l'ora del redde rationem. Era una balla, nel migliore dei casi un'illusione ottica. I giudici non possono essere rivoluzionari: il potere giurisdizionale è il braccio armato della legge, quindi garantisce e preserva l'ordine costituito. Soltanto una legge rivoluzionaria, cioè una legge che quell'ordine faccia traballare, può rendere i giudici rivoluzionari: ci vollero la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori perché in Italia spuntassero i pretori d'assalto. A picconare la Prima Repubblica, tredici anni fa, non erano dunque i giudici ma gli imprenditori. E non certo perché, in un raptus di moralità, si fossero improvvisamente schifati di un sistema che gli garantiva cento lire di ricarico sull'appalto pubblico per ogni lira di tangente versata al politico, ma semplicemente perché si erano resi conto che i tempi d'oro della spesa pubblica volgevano al termine e una classe politica come quella avrebbe rappresentato un costo senza più alcuna prospettiva di profitto.
Diciamolo, una buona volta: nessun Di Pietro sarebbe mai asceso agli onori delle cronache senza le gole profonde che facevano la fila davanti alla sua stanza. I giudici furono semplicemente lo strumento di cui si avvalse la nostra borghesia per sbarazzarsi di una classe politica di cui, fino a un momento prima, era stata compagna di merende. La riprova è che, quando Milano e Palermo cominciarono a dubitare che certi pezzi grossi dell'imprenditoria nostrana fossero davvero concussi e presero a incriminarli per corruzione, il vento cambiò: sui media apparvero subito preoccupate analisi, che spiegavano come così facendo si potesse danneggiare il delicato ingranaggio dell'economia. Che poi quei media fossero di proprietà degli stessi imprenditori che finivano sotto processo è un fatto ben noto e che non necessita di commento alcuno. Data da allora la voglia di revanche nei confronti della magistratura, che con l'approvazione della riforma dell'ordinamento giudiziario celebra il suo atto conclusivo. Non lo colgono quanti affermano che essa è figlia dei guai giudiziari del nostro presidente del Consiglio e dei suoi familiares o si illudono che il centrosinistra farebbe diversamente: la bozza Boato partorita dalla Bicamerale era perfino peggio. In gioco c'è qualcosa di diverso e di più grande, ed è l'insofferenza diffusa nei confronti del controllo di legalità: il declino economico non si concilia con lo stato di diritto, c'è bisogno di laisser faire e di flessibilità anche nell'esercizio della giurisdizione, che dev'essere forte con i deboli ma debole con i forti. E non c'è nulla come una magistratura burocratizzata e asservita alla falsa meritocrazia degli infiniti concorsi che possa assicurarlo.
Intendiamoci: l'insofferenza verso il rigore della legge ha una sua logica, a nessuno frega niente di uno stato di diritto che non sia anche uno stato dei diritti. E forse è proprio questo il senso ultimo di una legge contro la quale i giudici hanno scioperato per quattro volte in tre anni: quando i diritti sociali scompaiono dall'agenda politica, il principio di legalità diventa una variabile dipendente del ciclo economico e una magistratura autonoma e indipendente non serve più. Non per caso negli Stati Uniti i giudici li elegge il popolo sovrano.
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