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Banlieue, la rabbia si fa scrittura
di Domenico Quirico
su La Stampa del 12/09/2006
L’anima delle banlieue è impastata con il cemento: spesso, grigio, sporco, screpolato ma indistruttibile, immenso, pesante, capace di assorbire la luce e di formare ombre immense e opprimenti, che spunta nel buio come un incubo. La «cité» ha l'aria di un luogo senza radici o senza spiegazioni, non dice nulla. La sua forma urbanistica non contiene la storia né rivela la natura della sua gente. È una specie di travestimento. La materia con cui è fatta invece spiega tutto. Chi ci vive, il cemento lo assorbe nell'anima, è come se ne aspirasse i segreti e velenosi vapori. Di questa materia grigia sono spalmate rabbia e rassegnazione, persino la povertà è grigia. Il cemento è nella musica delle banlieues, il rap ossessivo, è nella moda delle banlieues, coloratissima come una sfida. Il cemento è nella letteratura delle banlieues.
Voci dall’interno
Non è vero che la grande rabbia della rivolta del 2005 si è spenta, che la tela del ritorno all'ordine fatta di promesse e di retorica ha coperto l'anno zero delle periferie di Francia. Perché ora la banlieue scrive, si racconta. Balza nella consueta alluvione delle novità letterarie d'autunno come la vera novità. In mezzo alle solite facce e alle solite firme, sbuca una generazione che imbraccia una narrativa soda, spietata e verista come un’arma di lotta, che si guarda e si racconta senza paura che gli altri non capiscano e si offendano. Attenzione, le cités non sono il pretesto, lo sfondo per romanzi scritti da fuori, sono voci trame personaggi che vengono dall'interno. E questa nouvelle vague non usa la letteratura per riuscire e per sfuggire; semmai per restare, non tradiscono, si battono, hanno l'orgoglio della banlieue. I loro eroi sono ragazzi che si sono trovati alla deriva, innocenti e cattivi allo stesso tempo. Li hanno inventati figli dell'immigrazione ma nati in Francia che hanno scontato cosa voglia dire, giorno dopo giorno, crescere con il senso di questa divaricazione. È gente che è venuta fuori da laggiù per farci pervenire le brutte notizie, per turbare le nostre sicurezze.
Attenzione, c'è un nuovo itinerario a Parigi, bisogna azzardarsi oltre la frontiera invisibile ma spessa del «périférique», la carta non segna salotti e caffè ma il nuovo esistenzialismo è fitto di numeri, come il «93», il quadrilatero dello spleen urbano. I nomi? Tanti: Karim Amellal, Ahmed Djouder con il suo Désintégration, storia di un itinerario verso il terrorismo. Soprattutto un libro pugnace, litigioso e feroce che ci chiede di reagire, dal quale bisogna farsi esasperare, ma che genera emozione e coinvolgimento appassionati: Dit violent, opera prima di Mohamed Razane, 37 anni, disoccupato, ex insegnante di banlieue. Il suo Ulisse cattivo si chiama Mehdi, ha alle spalle 18 anni di odissea, una educazione condita di botte e umiliazioni, un padre senza lavoro e violento, una madre piegata dalla fatica e dalle umiliazioni, la scuola della strada e la boxe thai come abc della vita.
Aspirando il veleno
È al lato più estremo della barriera e quando si cerca di guardare nel suo cuore non si vede altro che buio. Mehdi è diventato «killer pit», aspirando il veleno del suo blocco G, quartiere di Doumiert. Ha ucciso a pugni il padre: per vendicarsi, per se stesso, per la madre, per quello che ha intorno. Solo otto anni di galera perché lo Stato con le circostanze attenuanti ha cercato di smacchiarsi da addosso il rimorso per quello che non gli ha dato. Appena uscito di prigione uccide di nuovo, strangola un gattino e lo getta nell’ immondizia, ennesima versione del dostoevskiano gesto gratuito. Ucciderà ancora, per vendicare stavolta l'amico Zacarias, massacrato da una banda venuta da un altro quartiere per una fosca iliade tribale: «Perché voi pensate che io aspetti che la vostra giustizia repubblicana, la giustizia dei ricchi, faccia i suoi comodi! E invece noi l'abbiamo già la giustizia, quella dei ragazzi di strada che sta sulla punta del mio mitra».
Il libro ferisce con i suoi ritmi spezzati, la lingua cruenta, intermittente, senza pietà. Ma cosa è normale in questi posti anormali? È come se Razane si mettesse a esplorare nella sua cité le tracce di felicità ancora da afferrare e ne valutasse la penuria. È la banlieue cattiva, e non è romanzo: perché la sua ferocia è modellata su quella di Fofana, il giovane capobanda che ha agguantato un ragazzo ebreo, Ilan, perché era ebreo e quindi «doveva» essere ricco, e lo ha torturato e ucciso prima del pagamento del riscatto. I giovani complici lo adoravano e gli obbedivano come a un dio. Non si è mai pentito.
Faïza Guène con il suo Du rêve pour les oufs (Sogno per i pazzi) usa invece il codice della memoria, del diario, dell'ironia: non è detto che il risultato sia meno duro. Questa dolce ventunenne dai grandi occhi scuri ha già venduto trecentomila copie con il suo libro d’esordio. Ma nonostante il successo e i soldi vive sempre lì nel suo HLM di Courtilliers in Seine-Saint-Denis con il diploma del Bac che i genitori, originari dell'Algeria, hanno orgogliosamente appeso in salotto: «Perché se andarsene vuol dire avercela fatta, allora vuol dire che restare è una sconfitta e questo non mi piace». Ha rifiutato la possibilità di iscriversi a una Grande Ecole, «non fa per me», forse diffida di questa chance per i giovani «buoni» delle cités che il governo manovra con demagogia e grande apparato pubblicitario. È contenta quando vede che il suo best seller è adottato nei licei come Proust o Balzac. Continua ad andare a comprare la baguette nel suo quartiere, ad accumulare chiacchiere e racconti mentre è in fila dal fornaio e torna a casa incontrando i compagni.
Canzoni per sognare
Molti, anche il suo editore, l'hanno ribattezzata «la Sagan delle cités». È sbagliato. Non c'è nulla delle svenevolezze della Sagan in questo diario intimo, scritto in verlan, di Alheme, cittadina di Ivry, non a caso il luogo dove la morte di due adolescenti ha scatenato l'insurrezione. Alheme vuole dire sogno e lei invece che si sente «quasi francese» ogni trimestre si mette in coda davanti alla prefettura per avere i papiers, la carta di identità. Non sa cosa rispondere alla domanda «quali sono i suoi progetti di vita?» in agguato sul questionario da compilare per avere un lavoro a tempo. Per sognare canta le canzoni di Diams, l'unica rappeuse femmina. E legge le lettere della zia rimasta al villaggio algerino dove sua madre è stata uccisa durante la guerra sporca con i fondamentalisti, dove la zia la invidia perché è riuscita ad andare in Francia. Integrazione, magica parola passepartout, Faïza Guène la detesta: «Perché io dovrei fare più sforzi che Romain o Marie dal momento che ho la stessa carta di identità?».
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